La Mia Calabria
di Claudio Marano

LA MIA CALABRIA

Gioacchino Da Fiore

Nato a Celico (Cs) nel 1.130, Gioacchino fu indirizzato fin da fanciullo alle scuole e fu impiegato dal padre, (notaio, secondo una più attendibile opinione degli studiosi) nei tribunali di Cosenza.

Dopo qualche tempo decise di servire solamente Dio e, donato quanto aveva e vestitosi di un panno ruvido e bianco, a piedi scalzi iniziò il suo viaggio verso la città santa di Gerusalemme. Fu proprio durante questo viaggio, in cui visitò alcuni luoghi santi, che gli vennero manifestati tutti gli arcani dell’Antico e Nuovo testamento fino a quando decise di far ritorno in Italia nella sua Celico. Da lì vagò per i vari monasteri cistercensi dei quali fu ospite: quello della Sambucina, di Bucita e di Corazzo dove decise di indossare l’abito monastico.

Subito dopo, morì l’Abate di Corazzo e tutti i monaci vollero eleggere Gioacchino Abate. Gioacchino in un primo tempo rifiutò questa carica, ma poi, considerate le pesanti pressioni dell’arcivescovo di Cosenza e di altre persone del clero influenti, con immenso giubilo dei monaci di Corazzo, si piegò a tale volere.

Monastero di Corazzo In questo periodo egli si dedicò allo studio della Sacra Scrittura,ottenendo dal Papa Lucio III,la facoltà di scrivere su di essa.

Soggiornò circa un anno e mezzo presso il monastero di Casamari dove iniziò a scrivere sulle concordanze tra il vecchio ed il nuovo testamento e sull’Apocalisse che continuò poi presso il monastero di Corazzo.

Richiamato dal Papa Clemente III per vedere l’esposizione sull’Apocalisse incaricatogli dal suo predecessore ed avendo conosciuto le sue buone doti,gli diede facoltà di esimersi dalla cura del monastero per dedicarsi interamente ai suoi studi. La fama di Gioacchino come uomo di grande cultura si propagò fino a tal punto che decise di partire per le fredde montagne della Sila penetrandovi sino ad un luogo chiamato Fiore, alla convergenza tra i fiumi Neto ed Alno, dove decise di costruire una chiesa.

Portatosi di persona presso il re Tancredi, succeduto a re Guglielmo il buono per chiedere la concessione di detto luogo, il re accondiscese e gli offrì anche il monastero della Mattina, vicino a San Marco Argentano ed altre donazioni che consentivano un sostentamento perpetuo ai suoi monaci. Ritornato a Fiore, Gioacchino dedicò la sua chiesa ad onore dello Spirito Santo, della Beata Vergine e a San Giovanni Evangelista.

Oltre al monastero Florense Gioacchino ne fondò altri quali quelli di Buonligno, Tassitano e dell’abate Marco, tutti nel territorio di Cerenzia e Caccuri ora però distrutti ed altri gli furono donati proprio durante il suo ultimo anno di vita (1201), come quello di Altilia e di Fiumefreddo.

Egli morì nel 1202 nella Grangia di Canale allora detta di San Martino, nel territorio di Pietrafitta e prima di morire predisse ai suoi monaci e abati la decadenza dell’ordine da lui fondato. Le spoglie di Gioacchino rimasero lì per altri 38 anni prima che fossero trasferiti nel monastero Florense di San Giovanni in Fiore, nella cripta sotterranea dove tutt’ora riposano.

Oggi nell’abazia non c’è alcuna comunità monastica e la stessa, pur conservando le caratteristiche dell’epoca, è in parte chiusa ed in parte adibita a casa di riposo per anziani, scuola materna, museo demologico e centro sociale.