La Mia Calabria
di Claudio Marano

LA MIA CALABRIA

Il Declino del Mito della Magna Grecia

L’alleanza tra Archita di Taranto e Dionigi di Siracusa prima e, in un secondo momento, tra questi e i Lucani, segnerà la fine del mito della Magna Grecia.

Per fronteggiare la pressione cui erano sottoposti da parte dei Bruzi e dal tiranno di Siracusa, le città della Magna Grecia, ad eccezione di Locri, crearono una confederazione per cui fu coniata addirittura una moneta con l’effige di Apollo da un lato ed Ercole fanciullo dall’altro nell’intento di stritolare due serpenti che simboleggiavano i due fronti sui quali l’alleanza era impegnata.

I Bruzi, diventati forti, sconfissero i Lucani e si insediarono nelle foreste della Sila e nelle loro mani caddero numerose città tra le quali Consentia.

Dopo un primo aiuto ottenuto da Alessandro I re dell’Epiro, detto “il Molosso”, intervenuto su richiesta di Taranto, questi sulle prime li vinse, ma poi ne fu sconfitto.

Ci racconta Livio che il suo corpo, trafitto nell’intento di attraversare il fiume Acheronte (attuale Campagnano), fu trasportato dalle correnti dello stesso fiume addirittura presso Pandosia (330 a.C.).
I Bruzi continuarono nella loro opera di distruzione fino ad assediare Thuri che chiese l’aiuto di Roma.

I romani intervennero, ma trovarono l’ostilità dei tarantini che vedevano in loro un pericolo. Ricorsero dunque all’aiuto di Pirro, nuovo re in Epiro. Lo stesso sconfisse i Romani ad Heraclea e ad Ascoli, ma le sue vittorie costarono un alto prezzo in termini di vite umane per cui abbandonò il campo e si portò in Sicilia dove i Cartaginesi minacciavano Siracusa.
Fece ritorno nel continente dopo pochi anni, ma fu sconfitto definitivamente dai romani presso Malaventum (275 a.C.) che da allora cambiò nome in Beneventum.

Si concluse così la prima guerra punica con la quale i romani si assicurarono l’obbedienza delle popolazioni lucane e bruzie. Con la resa ai romani, i Bruzi furono costretti a cedere ad essi una metà dell’entroterra che abitavano,: la loro Sila, ”ricca di legno atto a edificazioni di case e navi e qualsivoglia uso” (Dionigi di Alicarnasso), e “quella foresta produce la migliore pece che si conosca, detta pece brettia”. (Strabone)

Anche Taranto fu costretta ad assoggettarsi a Roma che era rimasta così l’erede della Magna Grecia come del resto, dopo la vittoria sui Sanniti, su tutta la penisola italica a sud della pianura del Po.

I confini di Roma si estendevano dunque fino allo stretto di Messina dove c’era quella Sicilia, diventata strategica sotto il profilo commerciale perché posta al centro del mediterraneo.

Alcuni di questi popoli, furono direttamente governati dai romani, altri lasciati relativamente liberi e considerati come alleati.

Solo Cartagine, ormai divenuta padrona in tutta la terra sicula, rimase a fronteggiare i romani e a Roma si capiva il pericolo che essa rappresentava, per cui alla prima occasione, data dall’occupazione di Messina, i romani scatenarono la guerra contro Cartagine, che li porterà alla conquista della Sicilia.

Per compensare la perdita subìta, i Cartaginesi conquistarono la penisola iberica dove avevano fondato numerose colonie e l’alleanza di Sagunto con Roma, fu l’occasione per far scoppiare una seconda guerra tra le due potenze.
Al comando delle truppe cartaginesi era Annibale, uno dei più grandi condottieri che la storia ricordi.
Egli attraversò i Pirenei e le Alpi e contava di ingrossare il suo esercito raccogliendo popolazioni ostili a Roma. Riuscì in breve tempo a stringere alleanze con Taranto, Crotone,Metaponto, Thuri, ed Heraclea, mentre altre come Consentia rimasero fedeli a Roma.

Ad egli,la leggenda, attribuisce la costruzione sul ponte del Savuto a due archi a tutto sesto, della lunghezza di mt.21,5 e di circa mt.11 di altezza e chiamato ponte S.Angelo perché posto nelle vicinanze dell’omonima chiesetta in territorio di Scigliano (Cs).

Nell’arco di 16 anni di permanenza il Italia aveva raccolto numerosi successi contro i romani, ma fu però costretto a rinunziare al suo disegno di conquistare Roma per la minaccia che la stessa aveva portato a Cartagine.

Prima di salpare da Crotone per far ritorno in patria, radunò le sue truppe alle quali chiese di seguirlo. Molti rifiutarono e furono trucidati per paura che i romani reclutassero soldati così valorosi.